A PROPOSITO DI EUROPA
 
Provo un fastidiosissimo senso di disgusto nel vedere, in questi giorni, i manifesti elettorali dei candidati al Parlamento Europeo. Che la classe politica attuale fosse di infimo livello, non è un mistero per nessuno. Ma era lecito sperare che, almeno in un contesto così importante, i partiti avessero avvertito l’esigenza di prestare maggiore attenzione, tanto nella scelta dei candidati quanto alle proposizioni programmatiche. Nulla di più falso. I soliti ras di provincia, politicanti di mestiere, avranno il privilegio di sedere sui banchi di Strasburgo, per affrontare le complesse problematiche continentali con la logica di quartiere che contraddistingue abitualmente il loro operato.
E del resto, se il buongiorno si vede dal mattino, non vì è da stare allegri.
Gli slogan proposti, a prescindere dagli schieramenti, sono semplicemente irritanti e mettono in evidenza solo la pochezza culturale di chi li ha concepiti e l’assoluta inadeguatezza ad un ruolo che dovrebbe presupporre una dimensione interiore scevra da ogni retaggio nazionalistico o, peggio, provinciale.
E invece ciascun candidato si è solo preoccupato di ribadire, a volte in modo grottesco, le proprie radici territoriali, nordiste o sudiste che fossero, sprecando una splendida occasione per rivendicare, con orgoglio, quelle più nobili che ci accomunano, a livello continentale, nel segno di una nobile e meravigliosa tradizione, sia pure tormentata da lotte fratricide nel corso dei secoli.
Il dato triste è che anche qualche candidato che non può essere confuso nella mischia, per lignaggio, capacità e titoli, non ha saputo resistere alla tentazione di utilizzare slogan inappropriati, forse preoccupato della capacità percettiva degli elettori, che in quanto a “provincialismo” non sono secondi a nessuno.
Da un punto di vista utilitaristico la scelta è comprensibile: la meta è ambita e per raggiungerla vi è bisogno che decine di migliaia di persone scrivano il tal nome sulla scheda. E queste persone devono pur essere sollecitate in qualche modo.
E pazienza se non sono ancora pronte a sentire i brividi lungo la schiena quando si alza al vento la bandiera azzurra con le dodici stelle, mentre nell’aere le magiche note di Beethoven ci riconciliano con la Storia.
E chissà se lo saranno mai. Se saranno mai pronte ad accettare un unico, semplice slogan, che possa riassumere in quattro parole un debito d’amore che potrebbe farci sentire tutti più belli e più forti: “Una Terra, un Popolo”.
Ce la farà questa vecchia baldracca chiamata Europa a riconciliarsi con se stessa? Sarà capace di indurre centinaia di milioni di individui a pensare “europeo” e non in termini “quartieristici”?
Chissà. Il cavaliere errante continua a “sognarlo”, mentre gli anni passano e i capelli imbiancano….

© Lino Lavorgna 9 giugno 2004
 
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