QUELLA STRANA CONCEZIONE DEL FEDERALISMO
 
Nei giorni scorsi il programma più intelligente e dissacrante della televisione italiana, “Striscia la notizia”, ha mandato in onda un servizio su un simpatico siciliano che vive alle falde dell’Etna, in una frazione incastonata tra due comuni. La sua abitazione, di circa duecento metri quadri, è ubicata proprio sulla linea di confine, di modo che se le stanze da letto e qualche bagno ricadono in un comune, soggiorno, cucina e qualche altro accessorio fanno capo all’altro.

Il proprietario, manco a dirlo, è costretto a farsi carico di doppie gabelle, imposte con burocratica precisione dagli zelanti amministratori, per nulla sfiorati dall’idea di essere in buona posizione per entrare nel guinnes dei primati come gli individui più ridicoli del mondo.

Il cronista non si è privato del piacere di intervistare il responsabile dell’immancabile “comitato”. In Italia, si sa, sorgono come funghi dopo la pioggia anche per decidere in quale piazza collocare una statua del santo protettore.

La risoluzione del problema? Semplice: trasformiamo la frazione in comune e le pene di chi deve pagare due ICI svaniranno per sempre. E così, due paesini che a stento raggiungono 10 mila abitanti, si trasformerebbero in tre minuscoli villaggi.

Il discorso è vecchio, addirittura antecedente alla “moda” federalista sviluppatasi nei primi anni 90 con la nascita della “Lega” che, mancipia di una classe dirigente capace di assicurare il giusto supporto culturale, si trasformò ben presto in quel fenomeno da baraccone che tutti conosciamo.
L’Italia, prima di essere un paese nazionalista, è profondamente “provinciale”.
Il localismo, ovunque, assume connotazioni parossistiche in larghi strati sociali, come se potesse costituire un merito od una colpa il nascere in un posto anziché in un altro.
Sembra quasi che in ogni individuo permanga il peggiore retaggio legato alla nascita dei comuni, che sostituì i privilegi dei nobili con quelli dell’aristocrazia terriera datasi agli affari.
Oramai l’Europa Unita è una realtà ineludibile. Specialmente le classi culturalmente più erudite dovrebbero incominciare a “pensare” Europeo, a considerare le nazioni delle regioni e ad assumere connotazioni comportamentali “continentali”. Chimera, per ora. Ci arriveremo, certo. Ma quando?
Nel nostro Paese sono quindici anni, oramai, che si parla di federalismo. A vanvera. Perché gli interessi “particolari”, di guicciardiniana memoria, hanno sempre il sopravvento sulle nobili cause.
In Sicilia, come in qualsiasi altra regione, i problemi delle are contese non si risolvono con una ulteriore frammentazione, bensì con l’unione. Non tre paesi, quindi, ma una bella cittadina di 20/25 mila abitanti, che nasca dalla fusione di centri contigui. Che senso hanno, nell’Europa contemporanea, realtà locali di piccola entità, che esprimono quasi sempre una classe politica di infima qualità, facile preda dei poteri occulti (varie mafie) proprio in virtù della loro intrinseca debolezza? Molti pensano che federalismo significhi divisione e questo è un grosso errore concettuale.

L’unione di più comuni in una sola realtà amministrativa avrebbe il vantaggio di migliorare la classe dirigente locale, a tutti i livelli, proprio perché un conto è proporre un candidato a sindaco per un comune di 1500 anime, altra cosa è proporlo per un comune di almeno 20 mila. Si ridurrebbe drasticamente, altresì, lo squallore delle liste civiche, dietro le quali si celano sempre gli interessi dei potentati più disparati, capaci di azioni scellerate in dispregio alle più elementari norme che dovrebbero regolare la vita in qualsivoglia consorzio civile. E’ implicito che ogni azione è condizionata dalla qualità dell’individuo che la perpetra. Quanto più alto è il livello qualitativo dei detentori di un qualsivoglia potere, tanto più gli interessi generali avranno la priorità su quelli particolari.

Una riorganizzazione amministrativa dello Stato, che prevedesse l’istituzione di comuni con non meno di 20 mila abitanti, in grado di coordinarsi direttamente con il governo regionale, potrebbe fare a meno delle “amministrazioni provinciali”, autentici carrozzoni "sprecadenaro" e comodo parcheggio per politicantucoli di mezza tacca.

Anche le Regioni sono troppe, ed una sana riforma federalista ne dovrebbe prevedere non più di cinque:
Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Isole.

Ma questa, per ora, è fantapolitica


© Lino Lavogna, 10 Novembre 2003
 
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