Sembrano
scolpite
sulla pietra
le sue parole,
quando la
giovinetta
si avventurò
nella vita
politica
locale:
"Stai
attenta,
figlia mia.
Comportati
sempre seriamente,
ma cerca
di non prenderti
troppo sul
serio, altrimenti
soffrirai
tanto".
La saggezza
della vecchiaia
aveva partorito
il monito
nei confronti
dell'adorata
figlia,
della quale
conosceva
bene il
limite estremo
oltre il
quale la
sua etica
non l'avrebbe
mai spinta,
anche a
costo di
subire pesanti
vessazioni,
secondo
le ferree
leggi della
politica.
Lorenzo
Lavorgna
è
partito
per il grande
viaggio
il 10 Aprile
2003 ed
oggi riposa
a pochi
metri dall'altro
figlio,
Gino, che
spezzò
il cuore
alla famiglia
a pochi
giorni dal
suo diciottesimo
compleanno,
e dalla
primogenita
Pasqualina,
che non
riuscì
a cogliere
il tepore
del suo
primo sole,
quando venne
al mondo,
nel 1950.
Tantissime
persone
gli hanno
tributato
l'estremo
saluto,
a testimonianza
di un affetto
che travalica
i confini
del percettibile
e s'incunea
in quelle
sfere della
coscienza,
retaggio
esclusivo
della memoria
storica
di ciascuno,
entro le
quali a
nessuno
è
consentito
di entrare.
In tanti
non lo vedevano
da molti
anni, perché
il vecchio
leone, da
qualche
tempo, aveva
scelto il
ritiro quasi
assoluto
nella sua
dimora.
In tanti,
specialmente
tra i più
giovani,
si sono
chiesti
ed hanno
chiesto
chi fosse,
in realtà,
Lorenzo
Lavorgna.
Ciascuno
ha fornito
la propria
percezione
dell'Uomo,
corroborata
dai ricordi
più
o meno intensi,
legati ad
aneddoti,
antiche
frequentazioni,
immagini
di un passato
che sembra
lontanissimo,
nonostante
possa racchiudersi
nel tenue
soffio di
un avvenimento
che si chiama
vita, sempre
troppo breve,
per tutti.
Lorenzo
Lavorgna
era un uomo
buono e
mite, certo,
ma era anche
una splendida
icona di
quell'Uomo
che rappresenta
l'antitesi
dell’illuminista,
il cui decadimento
etico-morale
è
sotto gli
occhi di
tutti, perché
la natura
irrazionale
dell'essere
umano non
è
stata ancora
plasmata
dalla volontà
razionalista
affermatasi
nel 18°
secolo,
e mai lo
sarà,
essendo
in grado
solo di
generare
quel mostro
chiamato
"ipocrisia",
squallido
ed incancrenito
regolatore
delle umane
vicende.
Lorenzo
Lavorgna
non sapeva
cosa volesse
dire "ipocrisia"
e ha sempre
abiurato
ogni forma
di apparenza,
remando
contro corrente,
quindi,
rispetto
alle leggi
che governano
il mondo.
Scrivo questo
ricordo
con il cuore
infranto
ed un nodo
alla gola
che spezza
la voce,
mentre rifletto
su cosa
replicherei
se qualcuno
dovesse
chiedere
a me chi
sia stato,
in realtà,
Lorenzo
Lavorgna.
Quante cose
potrei dire,
attinte
dai miei
ricordi,
da quelli
altrui,
dai suoi
racconti.
Come fare,
però,
a trovare
le parole
giuste?
Di qualsiasi
cosa parlassi
non riuscirei
mai a trasmetterne
la reale
essenza,
quella che
si poteva
cogliere
solo nel
suo sguardo
profondo,
nelle brevi
frasi e,
in modo
ancora più
pregnante,
nel suono
della sua
voce, stupenda.
Tutto ciò
che potrei
dire mi
parrebbe
sempre poco,
insufficiente,
incompleto.
Un vento
di visioni
suggestive
mi travolgerebbe,
negandomi
ogni possibilità
descrittiva.
Meglio il
silenzio,
allora,
quel silenzio
che gli
era tanto
caro e che
pure era
cosi eloquente!
Il silenzio,
sì,
o forse
rispondere
con tre
semplici
parole,
da pronunciare
volgendo
lo sguardo
al cielo
e sorridendo
come sapeva
sorridere
solo lui:
"Era
mio padre".